Quest'autunno, per la prima inconcepibile volta, mi ero persa il Natale: non lo sentivo più. Potevo ben cercarlo sotto il letto, tra le scartoffie, con il naso al vento, ma l'avevo smarrito strada facendo. Dov'erano finiti i buchi sospetti nel calendario dell'avvento, la cera da grattare via di nascosto dalla tovaglia buona, il gatto che studia le palline dell'albero? Dov'erano finiti quei vini rustici e densi da far brontolare la mamma e i cappellacci rossi che mi obbligava ad infilare per non prendere freddo? Dove, lo scatolone sigillato con lo scotch da cui tirare fuori l'albero tossendo per la polvere? La polaroid da scattare in fretta per poi fare a gara su chi doveva tenerla al buio fino alla comparsa dell'immagine? (lo ammetto, ho sempre sbirciato prima del tempo!) E le babucce di lana fatte dalla nonna? Il panettone senza canditi? Il marzapane che avrei tanto voluto che mi piacesse, perchè sapeva di feste e di magia e di pino freddo, e invece quel cialtrone continuava a non volermi piacere? Andati. Li avevo persi insieme al gioco di scovare ogni anno la prima traccia del Natale che arriva, quella lucina nel cortile dei vicini o il luccichio di un nastro argentato in un negozio del centro che inequivocabilmente ti spifferavano che sì, anche per quest'anno ce l'avevamo fatta. Li avevo persi perché mi mancavi, perchè madonna che freddo, mi ero comprata quella sciarpa e giravo come un fiocco di neve ambulante ma non teneva caldo neanche lontanamente come la stufa accesa in casa tua, che non vedo dall'inverno scorso, e qui non vediamo neanche il cielo da giorni.. se ne sta lì, indolente, sopra le nuvole. Perchè le nostre passeggiate mano nella mano io le conto sulle punte delle dita, perchè non c'è mai tempo per quei momenti stupidi da coppia, telefonarci senza un motivo o annoiarci l'uno dell'altra in una domenica pomeriggio uggiosa. Perchè tutte quelle cose che avrei voluto che mi dicessi, tu non me le hai dette mai. E' una distanza da coda e calzini, la nostra; mi ricordo di un ragazzo a cui piacevo con la coda di cavallo a scoprirmi la nuca, un ragazzo a cui piacevo con le calze, quelle con la riga sexy posteriore; a un ragazzo piacevano le mie canottierine smilze e gli occhi grandi, e ad un altro i calzini di spugna sulle gambe nude e svegliarsi per uscire insieme a comprare il giornale. Ma di te, a volte, queste cose ancora non le so. Però ti ho trovato. Ti ho trovato perchè in questi due anni io mi sono fidata ciecamente di tutte le cose che nonmi hai detto; ti ho trovato perchè corri a prendermi sotto la pioggia, per quando ti fidi, per aver guidato tutte quelle ore al posto mio ed esserti fatto scoprire mentre davi da mangiare a un gabbiano; perchè quando camminiamo una dietro l'altro ogni tanto ti volti per controllare che io sia ancora lì. Vi ho trovati fra i cannelloni di zucca riusciti troppo dolci e lo champagne da bere a Parigi quando torni, nei canditi da spiluccare e lasciare da parte e nel baseball che sono tornata a respirare, anche se poi nessuno qui riusciva a capire la mia esaltazione commossa per palle curve e fuoricampo. Ho trovato il Natale della compilation su cui lavorare un mese per ascoltarla un giorno, di neve, di telefonate a mollo su un'isoletta tropicale, un Natale in cui vedere e sentire soltanto chi avevo voglia di vedere e sentire. Ho trovato questo post che, senza saperlo, parla di me:
"...Questo Natale è il tuo, amore mio che brilli. Lo so che è incredibile ma non conosci altra stagione che il Natale, tu, perchè sei nata il 20 dicembre, vivi da soli 5 giorni e hai sempre visto questo albero luccicante, in casa. Ti c'incanti di fronte; guardi le luci e le stelle e gli angeli e chissà: forse questo ti sembra l'unico mondo possibile. Stare appesi a un ramo nella mezzaluce, a guardare le brutture del mondo affannarsi laggiù per terra."
E allora ho capito perchè il giorno dopo mi sento triste, quando le luci iniziano a spegnersi e nel treno vuoto del ritorno al lavoro per consolarmi comincio a ballare da sola. Quando scendo dal treno e una ventata gelida mi spazza e la mia vicina di posto vola in braccio al fidanzato che era al binario ad aspettarla ed io sto ascoltando quella parte triste di Space Oddity e notoriamente non ho un buon rapporto con le basse temperature e il mio ragazzo il più delle volte non può aspettarmi al binario e soprattutto le luci hanno cominciato a spegnersi, e così mi viene da piangere. Perchè io sono il Natale.
e uno che hai voglia ad aspettare un tempo sognato che viene di notte e un altro di giorno teso come un lino a sventolare. C'è un tempo negato e uno segreto un tempo distante che è roba degli altri un momento che era meglio partire e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C'è un tempo perfetto per fare silenzio guardare il passaggio del sole d'estate e saper raccontare ai nostri bambini quando è l'ora muta delle fate. C'è un giorno che ci siamo perduti come smarrire un anello in un prato e c'era tutto un programma futuro che non abbiamo avverato. È tempo che sfugge, niente paura che prima o poi ci riprende perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo per questo mare infinito di gente.
Dio, è proprio tanto che piove e da un anno non torno da mezz'ora sono qui arruffato dentro una sala d'aspetto di un tram che non viene non essere gelosa di me della mia vita non essere gelosa di me non essere mai gelosa di me. C'è un tempo d'aspetto come dicevo qualcosa di buono che verrà un attimo fotografato, dipinto, segnato e quello dopo perduto via senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata la sua fotografia. C'è un tempo bellissimo tutto sudato una stagione ribelle l'istante in cui scocca l'unica freccia che arriva alla volta celeste e trafigge le stelle è un giorno che tutta la gente si tende la mano è il medesimo istante per tutti che sarà benedetto, io credo da molto lontano è il tempo che è finalmente o quando ci si capisce un tempo in cui mi vedrai accanto a te nuovamente mano alla mano che buffi saremo se non ci avranno nemmeno avvisato. Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare.
La bambina ha gli occhi neri di fuliggine, l’aria quieta e impolverata di chi non è curata abbastanza: non è l’aspetto, è il modo di muoversi, di guardarti in tralice e percepire subito le cose. Non posso seguirla tutto il tempo ma lei non me lo chiede, non se lo aspetta. Mi chiede soltanto, mentre ci sono, di prenderla: prendere quello che mi dà, i suoi racconti, il suo tempo, le sue confidenze. Di prendere i suoi pastelli per disegnare con lei, sperando che io faccia un disegno migliore del suo perché, fosse solo per un’ora, ha bisogno di qualcuno di migliore. Non è facile dare, lasciare che qualcuno si appoggi, perché prima devi essere e se il tuo essere in quel momento è un'incespicanza... be', devi ritrovare il passo. Ho conosciuto persone che usavano sempre troppi paroloni, e poi? Vedi delle foto di una persona a distanza di tempo e la ritrovi uguale a prima: le stesse righe nei maglioni, le stesse espressioni, gli stessi capelli. Le stesse pose nelle foto con la nuova ragazza di quelle che aveva con la precedente. Com’è possibile restare uguali, restare immobili? Tanta misera linearità, com'è possibile che si convinca di avere qualcosa da dare, di poter amare? Come puoi passare attraverso le cose che ti succedono così indenne? Anche il ragazzo due giorni fa in palestra aveva paura di qualcosa. Quello che correva più veloce di me, nella stanza rossa piena di specchi e riusciva ad essere bello anche sotto la luce impietosamente artificiale. Correva come se scappasse da qualcosa, senza il tempo di fermarsi a ciarlare, sbuffando per immagazzinare aria. Ma va bene la paura. Significa che ti accorgi. Allora mi sono fermata, ho respirato. Ho iniziato a scegliere ogni giorno un colore diverso per la mia giornata: i vestiti, il trucco, l’umore sono diventati viola, verdi, blu. Ho comprato una sciarpa che fa quasi da maglione, perché se una cosa che il Tomtom aspetta sono quei brulè con cui scaldarsi nel freddo pungente dell’inverno che troverà al suo ritorno, posso dargliela. Anche se è una cosa piccola. Anche se il gelo mi terrorizza. Perché se lui non fa parte della mia quotidianità, allora comprerò una sciarpa e farò parte della sua. E poi, poi ho pensato che erano passati 4 anni.
Il mio gatto ha gli occhi d’oro e mi fissa. Ha gli occhi grandi, bistrati di un kajal indelebile e felino, e quando mi fissa così a lungo ha delle rivelazioni da farmi su me stessa con la sua consapevolezza di meticcio. Ci sono cose che non esistono più, le lucciole d’estate e le acacie del giardino di Matteo. E poi le cabilne telefoniche: le vedi smagrite in mezzo alla nebbia autunnale e pensi, dove vanno le cabine telefoniche quando non servono? Che fine hanno fatto i gettoni? Ci sono cose che si perdono e, forse, non puoi più recuperare. Mi piace quando è estate e la sera saliamo a cenare in qualche posticino scovato in collina, così poi nessuno dei due ha più voglia di scendere. Ma ogni volta che vai via perdo la capacità di guardarti, e dormire insieme a te: quanto mi ci vorrà per riconquistarla? Fa troppo freddo; il mare è lontano e le rondini troppo poche. Le gocce di pioggia si ingrossano: sotto la pioggia mi manchi molto.
Castagne che sparlano e uno sfrigolio di fogie secche
Percorri un viale alberato come nel più banale dei clìches dopo esserti lasciata alle spalle meli coi rami che si azzuffano e il tuo giubbotto da aviatore e la crema di zucca e i formaggi stagionati e castagne che sparlano arrostendo e il gatto sopra al letto e la boscaglia che si rannicchia infreddolita e capisci che non puoi mica sottrarti, è autunno e il vento sparpaglia foglie gialle e arancio mentre cadono dai rami crepitando.
Mi sono dovuta fermare. Ho lasciato la macchina sul ciglio per sentirle croccare mentre ci camminavo sopra: è il mio modo di vivere le cose, come un cieco, sarà che un po' cieca lo sono ma proprio non posso limitarmi a passare guardandole dal finestrino chiuso. Ho bisogno di camminarci in mezzo e annusare e godermi quello sfrigolio che fanno quando sono secche.
Io lo so che lui fa il possibile.
Ma darei tutte queste mail e queste telefonate invisibili per un momento stupido come quello in cui sale in macchina e si toglie il giubbotto lanciandolo sul sedile di dietro perchè in quello a fianco ci sono io.
...Il motivo di solito è la consolazione, visto che a stare con un Tomtom la realtà è molto più "provo a dire qualcosa di vagamente romantico e per la prima volta ce l'ho quasi fatta e gli astanti trattengono il respiro e il tifo sale alle stelle-- e poi quel PICCOLO PARTICOLARE che distrugge clamorosamente tutto con le ultime tre parole." O, per dirla di nuovo come Harry, è molto più:
Harry: You take someone to the airport, it’s clearly the beginning of a relationship. That’s why I’ve never taken anyone to the airport at the beginning of a relationship. Because eventually things move on and you don’t take someone to the airport, and I never wanted anyone to say, ‘How come you never take me to the airport any more?’ Sally: It's amazing. You look like a normal person but actually you are the angel of death.
Io amo questi due. Sono andata a rivedermeli perché mi mancavano proprio, dopo la serata di ieri (i dettagli in seguito.)
Harry Burns: I love that you get cold when it's 71 degrees out. I love that it takes you an hour and a half to order a sandwich. I love that you get a little crinkle above your nose when you're looking at me like I'm nuts. I love that after I spend the day with you, I can still smell your perfume on my clothes. And I love that you are the last person I want to talk to before I go to sleep at night. And it's not because I'm lonely, and it's not because it's New Year's Eve. I came here tonight because when you realize you want to spend the rest of your life with somebody, you want the rest of your life to start as soon as possible.
La parte più dura è quando hai bisogno di lui, del suo sostegno o anche solo della sua presenza perché sei giù, perché è un brutto periodo, perché ti è successo qualcosa e vorresti raccontarglielo, sentirti bene solo ascoltando la sua voce, ma sai che non potrà esserci.
Avrà qualcuno da aiutare, un'emergenza da risolvere, quel maledetto mantello da mettersi addosso. E tu puoi solo continuare a camminare lungo la strada di ogni mattina cercando di scrivere con gli occhi sull'asfalto tutte quelle parole che non ti sta dicendo. E' dura anche quando il ragazzo che cammina di fronte a te si ferma, sembra voglia allacciarsi la scarpa e invece raccoglie un fiore di scarpata, per offrirtelo. Ti spiega che sta andando a fare delle cose ma se hai il tempo di un caffè, o di dirgli il tuo nome, le cose aspetteranno. E tu lo guardi e pensi: non dirmelo tu.
C'era uno scoiattolo che veniva a trovarci, non si lasciava avvicinare ma restava nei dintorni. Tu mi guardavi ridendo perché mangiavo come lui, e quando fingevo di mettere il broncio mi raggiungevi sotto la tenda per sfilarmi il libro di mano. Cinque giorni solo nostri: mi piaceva vederti guidare per cercare una città, cenare con te di fronte al mare, svegliarmi per guardarti al mattino. Un giorno sono andata a comprare la frutta, e tornando ti ho trovato a lanciare acini d'uva per addomesticare un gabbiano. Sono cose che tengo con me quando parti. La prima volta, la prima volta ne avevo meno. Sapevo da tempo che saresti partito ma non ero preparata lo stesso: mi avevi scompigliata, confusa, stordita, mi avevi ingarbugliata come il gomitolo di un gatto pestifero e non c'era stato abbastanza spazio per capirmi, o per capire te. La terza volta mi hai regalato il Natale. Era novembre e mi hai portato luci ed alberi e neve, e pacchetti da scartare. A volte va abbastanza bene. Venerdì sono uscita con Raven, è stato divertente. Sabato ho fatto un bel sogno. Altre volte il respiro rallenta e la testa finisce in un pozzo, e non c'è nascondiglio che tenga; allora penso che l'ultimo giorno ho lasciato una moneta sul fondo della tua piscina: era la quarta volta, fraises et chocolat.
Mi arrabbio di meno? Mi arrabbio lo stesso, ma non m'intestardisco come una volta perché, rispetto a una volta, ho qualcosa da proteggere? Perché ho qualcuno di più importante della mia cocciutaggine, qualcuno per cui fare il primo passo? Continuo a sedermi per terra, a guardare le formiche e parlare col mare. Diciamo che mangio meno caramelle, però ho meno occasioni per comprarle.. beh, e continuo ad avere più amici maschi che femmine, però le amicizie con le ragazze sono ancora le più esclusive. Continuo a fare figure di merda e, a quanto pare, ad attirare i matti del paese. Ammetto che difficilmente mi alzo dopo le 9, che metto spesso camicie. Ma anche quando spengo il pc, chiudo il libro, metto giù la penna, anche quando esco a vedere le ore del giorno non mi libero di certe cose. Sono fatta così da quando sono nata o forse è che non si può e basta, loro ti seguono e l'importante è starci sempre un passo avanti, mai uno indietro. Sono quel tipo che, metaforicamente, riempie sempre troppo il bicchiere, e poi lo rovescia in qualche modo. Esagero. Mi muovo troppo quando mi scattano una foto. Leggo un libro e mi si radica dentro, perché certi libri ce li avevi già dentro, prima di leggerli: dovevi solo vederli. Annuso di più, mastico di più, respiro l'erba e lascio i segni dei miei morsi. Piango per una storia e mi faccio assalire da un piccolo ricordo all'improvviso. Rido molto, ma rimango anche in quei momenti un brulichio di pensieri ininterrotto; vedo draghi e cavalli nelle nuvole, a volte rompo le dighe.Sono cambiata? Io sono quel tipo di persona che, se non ci vedremo per sei mesi, accumula momenti felici da usare a distanza. Sono quella dei soprannomi e delle bolle di sapone. Sono cambiata? Sono quella che è meglio non si vesta di bianco perché non sai dove potrebbe appoggiarsi, quella che se prova a dire una bugia le si accende un neon verde sulla fronte, quella che non può mentire coi sentimenti, non può restare per abitudine, non sa fermarsi solo perché è comoda. Sono cambiata? Forse sono cambiata. Non puoi pensare di attraversare certe cose, la perdita della persona che faceva più parte della tua vita o il momento in cui metti dolorosamente in discussione tutto quello che hai, come una metastasi, e uscirne indenne. Sarebbe stupido. Non puoi neanche pensare di crescere e uscirne indenne. Forse, anche, sono sempre stata molte cose. C'erano già. Il problema è quando la persona che avevi accanto voleva che tu fossi solo alcune di queste, quelle piccole, quelle fragili, per non perderti, perchè aveva paura. Sceglierti anziché lasciarti scegliere. Forse il suo modo di proteggerti era in realtà un modo per proteggere se stesso. Non è facile capire che lasciarti libera è un modo forte di amarti, dopo che ti hanno spiegato per una vita intera che amare fosse tenerti vicina. Ferisce. Però mi piace quello che sono. Mi piace il mio modo di muovermi anziché restare ferma, le sorprese, gli occhi che imparano. Ho dovuto imparare graffiando, piangendo, ho dovuto imparare e non è stato facile. Quale superficialità, egoismo, quale linearità ti permette di rinfacciarmelo? Io sono quella che continuerà a cercare di fare programmi e poi farà un sacco di casini mentre cerca di rispettarli. Sono quella che guarda i gatti come Alice e tocca emozionata i libri e non importa se lo ero e continuo ad esserlo, non importa se prima non lo ero, o se non lo vedevi, io sono quella che se è innamorata in estate preferisce le gonne, perché se all'improvviso ti viene voglia di fare l'amore, dimenticando chi sei, dove sei--
Ieri, una serata intrisa di pacchetti da scartare con quel rumore caldo e complice che produce la carta, croc croc, impreziosisce tutto quello che avvolge, un regalo o un panino appena comprato dal fornaio; intrisa di vino, di scoraggiamenti e di entusiasmi, di nervosismi e di pace, di momenti bucolici da cui lasciarsi trascinare senza preoccuparsi di riflettere, di racconti e discorsi senza fine e carezze tenere senza parole, di erba che aspetta e luna che arriva e scarpe tolte e insicurezze e guardarsi per essere sicuri di essere gli stessi di due settimane fa. C'è stato spazio anche per le carrambate, con quella ragazza amica di Giulia che non avevo mai incontrato ma che in quel modo faceva già parte di quello che sono stata anch'io, ed è strano trovare per caso un giorno un tuo pezzetto che ancora non conoscevi. Perciò oggi ho abbastanza spazio per trovare tutto simbolico, anche il signore che ho spiato un mattino a leggere un libro fuori dall'ospedale, in macchina mentre aspettava qualcuno, e l'ho guardato con curiosità ma poi ho iniziato a trovarlo ogni giorno ed è diventato anche lui parte di quello che ero. Oggi la macchina era vuota; mi sono chiesta cosa significasse. In fondo un po' invidiavo quei suoi ritagli di tempo, che fosse lì per un motivo da nulla o per qualcosa di grave, lì, dentro quella macchina, con il suo libro, mi pareva che trovasse uno spazio in cui le simpatie o le preoccupazioni non contavano più: per quei pochi minuti la vita era solo lì dentro, come quando ti sta tutta nel diario di scuola fra le versioni, i numeri di telefono, gli adesivi delle star e le firme degli amici o le frasette sul ragazzo che ti piace da morire. Anche per questo amo il treno. Non dico che vorrei una vita "su un treno" perché non potrei stare senza cose che contano, quelle che mi fanno sbattere la testa e rompere i denti e stare male e arrabbiarmi e poi dispiacermi per essermi arrabbiata anche se avevo ragione. Dico che proprio perché mi arrabbio, mi sento felice, sbatto la testa, quei minuti racchiusi in un angolo di mondo in cui niente mi raggiunge sono preziosi. Ci ho pensato mentre camminavo, penso un sacco quando cammino - qualche volta a naso in su e non m'importa d'inciampare finché posso guardare; non m'importa se per gli psicologi e i loro occhiali guardare in su significa questa o quella cosa, perché, a proposito di nasi, se non si alza il proprio dalle pagine rilegate si può anche essere convinti di poter capire le persone studiando ma io resto ancora perplessa di fronte a questa sicurezza nel trasformare una persona in una serie di caratteri in stampatello. Mi sembra meschino. Ridurre un gesto semplice, liberatorio come guardare il cielo, a un "problema" mi ricorda la volpe che critica l'uva per il bisogno di ridurre ogni cosa in categorie annusabili. E insieme se n'è uscito di nuovo per conto suo anche il pensiero che in fondo siamo sempre chiusi dentro a qualcosa: sei in casa oppure in macchina oppure in qualche altro edificio, l'ospedale o l'alimentari o il posto di lavoro, e se aspetti l'autobus sei sotto la tettoia, e se vai in spiaggia stai sotto l'ombrellone. Il cielo, in tutto questo, non c'è. Non c'è mai, non lo si vede e provo nostalgia per quando bastava dondolarsi con forza su un'altalena per raggiungerlo. Gli alberi. Anche gli alberi coprono il cielo, mi hanno detto. Non è vero. Ma chi l'ha detto ha mai guardato il cielo attraverso un albero? I rami, le foglie, i nodi del legno, come fai a paragonarlo alla pensilina dell'autobus se tutto ti porta verso l'alto, lascia che gli occhi si arrampichino e salgano - non ha niente a che vedere con un grattacielo che appare slanciato ma non fa altro che schiacciare, schiacciare, schiacciare. E' quello che costruiamo noi che schiaccia: a me sembra che questa sia la differenza. Gli alberi, per quanto frondosi possano essere, verdi, carichi di frutti pesanti, secchi, squassati dal vento, sono sempre pronti ad alzarti. Mi chiedo cos'abbia provato il Tomtom nelle sue notti sotto il cielo, fra le dune del deserto o gli altipiani etiopi o il caldo soffocante della giungla, e mi chiedo anche quale strabiliante magia lo riporti ogni volta, dopo ognuna di queste esperienze in cui perdersi, da me. Perciò, nella mia vita, io vorrei essere capace di costruire un albero.
Quando ho bisogno di mettere un po' di ordine nella mia vita, non dico quel tipo di ordine che ti fa fare piazza pulita ma quello che serve a capirti, di solito parto da qualcosa di concreto.
Spesso si tratta di prendere i pacchi di carta che si accumulano in camera mia e passare i fogli uno ad uno per eliminare quelli che non servono più. Ha un suo risvolto anche piacevole, perché così facendo ritrovo minuscoli ricordi preziosi, mi perdo a frugare tra le piccole cose che tanto contano ai miei occhi. Certo, magari diventa meno efficace al fine di liberarmi di tutte la cartacce, però ha un suo risvolto terapeutico. E' un modo piacevole di grattare via la ruggine. Quando invece devo proprio riordinare il cervello, perché è importante, perché c'è qualcosa di importante cui far fronte o perché mi sveglio con dei lividi che non ricordo di essermi fatta la sera precedente, riordino la libreria. Le librerie. E' molto più traumatico come procedimento, devi fare scelte come "quali sono i libri più importanti", che andranno in luoghi comodi e visibili, vuoi più bene a questo Forster o a quel Kafka? Mamma Schnitzler o papà Whitman? Insomma, già questo per me che quando mamma e papà mi hanno regalato ognuno una palla nel giro di una settimana stavo per fare una crisi nervosa perché avevo paura di giocare più con l'una che con l'altra e che conseguentemente uno dei due ci rimanesse male, non è semplice! Non è finita qui. Perché poi devi capire qual è il bene per ognuno dei tuoi libri. Sono come figliuoli: starà meglio di qui oppure di qui? Fa più al caso suo questo gruppo, oppure qui accanto ci perde?Devi scacciare l'ignavia e le indecisioni, devi riuscire a selezionare, a capire quali sono le cose importanti e concentrarti su quelle. Certo che è una cavolata, parlando di una libreria (o di una serie di librerie.. fra mobili e mensole nella mia camera ne abitano una decina). Però è anche un allenamento. A cosa ti serve calciare mille volte al giorno una palla contro una porta non difesa da nessuno? A cosa ti serve girare a vuoto mille volte al giorno la mazza da baseball, se non ad essere pronta per il momento in cui avrai davanti il portiere, per capire come comportarti nel momento in cui ti lanciano la pallina? Allora, perché ho rischiato la morte per soffocamento da polvere, per caduta libera di tomi sulla mia testa, per esaurimento nervoso da scelta su chi doveva stare in seconda fila? Perché c'è qualcosa di importante. Credo che ci sia, e anche se non so cosa, se non so quanto, so che c'è e per quanto sta a me ho intenzione come mai prima di non creare appigli che possano incrinarlo. Non voglio che il mio cervello crei vortici che mi impediscano di vedere bene le cose. Non adesso, non qui. Voglio solo esserci. Giorno per giorno.
Le cose non vanno mai, mai come pensi. Questa esplosione di originalità letteraria è dovuta al fatto che bisognerebbe proprio (dovrei) che qualcuno (io) avesse il buonsenso di smettere di arrovellarcisi sopra.Arrovellarcisi è difficile da pronunciare di domenica mattina se sei sveglia dalle sei. Odio gli orologi biologici. Giornate che saltano agilmente dall'allegria tipica dell'ape maia con tutta la rustica combriccola al panico da altare (diverso dall'ansia da scadenze in quanto la strizza viene da un momento bello, solo reale e imminente - nome scient. runaway bride) e di nuovo a una gioia quasi stordita. Il Tomtom avevaquella felpa blu. Con tutta la buona fede esistente sulla faccia della terra, non pensavo avesse il tempo, o la forza, per ricordarselo. Credo che tutte queste cose, ultimamente, si vedano sulla mia faccia. Più del solito, intendo. Penso di avere, non so, qualcosa. Qualcosa sul viso.Venerdì camminavo di ritorno dall'e.r. ed era venerdì, era il venerdì da fine countdown e mi hanno salutata, così, forse per questo, tre persone che non conoscevo. Un ragazzo, un prete, una bambina.
E di sicuro ci sarà tempo Per il fumo giallo che scivola lungo la strada Strofinando la schiena contro i vetri; Ci sarà tempo, ci sarà tempo Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri; Ci sarà tempo per uccidere e creare, E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto; Tempo per te e tempo per me E tempo anche per cento indecisioni, E per cento visioni e revisioni, Prima di prendere un tè col pane abbrustolito.
Quando una persona ha qualcosa di importante, tende a pensare che tutto sia racchiuso lì dentro.
Eppure ci sono state altre persone, altre cose importanti. Ci sono stati momenti che fanno indissolubilmente parte di me, di quello che sono, anche prima che lo conoscessi. Quella sensazione di inafferrabile stupore del primo giorno, per averlo trovato, per i movimenti e gli sguardi che poco a poco si legavano, non vuole forse dire questo? Michael Caine sostiene che per ogni film che ha girato gli siano rimasti in mano dieci ricordi, e quando morirà saranno quelli a tornargli in mente, e non i premi vinti. Io ho tanti di quei ricordi che quando provo a farci un quadro da appendere alla parete finisco sempre per farlo diventare un album. Ci sono stati dei "se.." rimasti a galleggiare qui intorno. Nomi che ho solo sfiorato, e luoghi, e persone, che ho portato via con me. Sono strade che ho scelto di non percorrere: pensarci ti mette di fronte te stessa. Perché quando il passato ti viene a trovare con tutta quella potenza, la nostalgia diventa un cantuccio da cui sbirciare con obiettività il tuo presente e il tuo futuro. Perché quando ti piomba addosso la consapevolezza della fragilità di un percorso che altrimenti appariva tanto chiaro... Ora che non c'è, che è di nuovo via per mesi, se non fosse stato importante con tutta questa nostalgia mi sarei sentita almeno un po' staccata. Invece, è importante.
Meno 10.. e mi sento bene. Sarà stata la tua voce. Sarà che io, le cose, le guardo; e spesso m'innamoro. Ci sono tante cose che amo. La carta. Mordere. Le rughe. Gli highlanders. Le dita sporche d'inchiostro. Camminare scalza. Le bolle di sapone. L'acqua. Le scatole. Le altalene. I finestrini che non si chiudono. I castori. Mio fratello. Il mojito. Gli errori. Fare l'amore. I cassetti. In questi giorni ho un cassetto vuoto. Anche se provo a riempirlo, anche se ho facce, libri, neon che mi fanno più pallida, grandine e capelli più corti. Dovresti aiutarmi. Una scusa come un'altra per raggiungerti, e aspettare insieme a te la sera; messi così, come viene, direbbe quel beone di Vinicio con la sua voce da storie luride di bettole scassate. Ti confiderò un segreto: quando te ne sei andato la prima volta, credevo di poter star bene anche senza di te. Non mi toglievi ancora dalle mani il cesto della spesa quando si faceva troppo pesante.
So che ci saranno momenti in cui troverò insopportabili i tuoi silenzi, e tu maledirai le mie inquietudini. Non importa. Mi manchi. Mi mancheresti anche se non ti avessi incontrato. Perciò vedi, dovresti tornare. Qui va tutto bene, non voglio interrompere quello che fai perché lo so che è importante, però torna appena puoi. Passami a prendere, come l'altra volta. Salutami e usciamo e raccontami come stai, cos'hai mangiato, se hai ancora freddo la notte. Se ti sentivi stanco, se qualche volta ti fermavi a ricordare. Piccole, stupide cose.
Oggi sono uscita e c'era un vento terrificante, da spalancare gli occhi e sorridere con tutta la forza che hai per provare ad inghiottirlo; la gente si riparava, chiudeva bene giacche inesistenti aggrappandosi ai pali della luce, ai muretti, come se fosse la fine del mondo. E in effetti un po' lo sembrava, con quel cielo per metà sole d'agosto e metà nero come un flagello divino. - La tromba d'aria! - ha gridato una signora anziana tutta scompigliata dal vento. - Tromba d'aria! Tromba d'aria! - ha preso a ripetere una bambina, spaventata ed eccitata com'era, senza capire quale delle due sensazioni prevalesse. Aspettava, credo, qualcosa di grandioso, piena di curiosità e buonumore da vento forte: e chissà cosa immaginava lì, mani in tasca e viso rivolto verso l'alto per sentire tutto sulla pelle! La vedevi studiare le piante muoversi, ondeggiare, le foglie correre via. Guardava una bici sbandare e un pallone di plastica perdersi, e la coppia di cagnolini che abbaiava all'orizzonte sempre più nero negli occhi. Assorbiva tutto, provando a camminare dritta senza riuscirci. Stare lì, in quel punto, in quel preciso momento, era come cogliere un'occasione. Forse, pensava, tutte le notizie al tg degli ultimi giorni (quella ragazza in Spagna, poverina: perché lei sapeva fin troppo bene che cosa..) le avevano ricordato di essere viva. - Viva! - pensava. Viva, - con i polmoni e con le unghie e coi ricordi e con le scale, e con una matita consumata.. Viva! Con i pastelli e con la punta delle dita. Coi sassi bianchi e le foglie da schiacciare di nascosto, e qualcosa che somiglia all'amore. Viva, con i suoi conigli bianchi e i suoi stregatti, e l'uragano che provava ad arrivare per scaraventarla fino ad Oz.
Non ricordo che ora fosse, non ricordo se faceva caldo, se stavo in piedi o seduta, in quell’angolo di ufficio. So di aver pensato “Oh no”, perché mi spiaceva per chi venivi a sostituire. Cosa potevamo avere in comune, c’entrare l’uno con l’altra? Io venivo da certe canzoni gridate, abbaiate, stonate..ma in fondo bastava poterle cantare. Venivo da pacchetti da scartare cogli occhi e pensieri lunghi come il mare e prese in giro, e pomeriggi passati a parlare e bottiglie di vino che costavano poco. Venivo da altalene e abitudini bislacche, e fermarsi a guardare la pioggia incespicando a ogni finestra. Da terrazzi troppo grandi e banchi troppo stretti e sigari che sapevano troppo di vaniglia. Venivo dalla mia musica e lettere con un numero infinito di fogli, e venivo da altri amori che, forse, non capivo. Non lo so quando sia cominciato, con le tue polo e le tue spalle ed il tuo modo di guidare. Non lo so dove ho lasciato i miei piccoli dolori, le mie partite di calcetto e i litri di tè. La gioia, la rabbia, le domande fra i denti e le case sugli alberi. Penso stiano in un tubo di plastica portato di corsa, in una serata strana, un certo modo di accordare gli occhi al colore di una maglia. Eppure io avevo i miei gatti che dormivano al sole e le cicale da ascoltare di notte, e quando ti ho incontrato, a dire il vero non ti ho visto. Guardavo da un’altra parte, e così non mi ero accorta che tu avevi visto me. Quanto tempo è passato? Quanto ci ho messo? Io, tirata su ad aquiloni, a bagni a mezzanotte e scatole di carta, pensavo di poterli fermare lì dov’ero, i miei pensieri provvisori.. come un vecchio carillon da far suonare sotto al letto. Non mi ero accorta che tu già capivi, senza farmelo sapere. Perciò vedi, penso sia presto per dirti qualcosa di diverso dagli auguri che ora ti faccio. Io, le parole, non le uso subito. Tu meno di me, quindi capirai se non mi piace chi appende poesie compiaciute alle pareti. E poi chissà che stai facendo, mentre imbratto questa pagina bianca. Chissà cosa porti nelle braccia, cosa tieni negli occhi.
Non ricordo se ci fosse il sole, e quando tornerai sarà già freddo. Ricordo i tuoi dolci da Pamplona, e non me li aspettavo. È per questo. È perché, di tutti i viaggi, di noioso non ne hai avuto nemmeno uno. È perché ad un certo punto hai cominciato a cercarmi, e prima non lo facevi. È per quando i tuoi occhi sono diventati gentili. Per quando mi hai tenuto l’ombrello. Per avermi scaldato le mani quando avevo freddo. Per aver riso alle mie battute. È per l’imperturbabilità, e il coraggio. Per il modo che hai di portare l’orologio. Per avermi scattato quelle foto prima di partire. Per la tua cucina, e per quando ti ho visto spettinato. È per quando hai cantato in macchina con i finestrini abbassati; la prima volta in cui mi hai sfiorato la mano. Il treno preso in un posto diverso. Per i tuoi polsi, i tuoi discorsi, i tuoi bicchieri. È per non avermi mai detto che sbagliavo. Per lo scoiattolo, per quella cena e quel tuo modo di stringere un biglietto. Per avermi fatta ballare. Per le tue scarpe quand’eri piccolo, e il tuo divano. È per aver capito.
Mi sono ricordata di non aver fatto colazione, stamattina. Così ho preso le scale, sono scesa di 5 piani fino al bar -passando per il signor Alvise che non so se si chiami davvero così, però ha una faccia simpatica da signor Alvise- ed ho ordinato una brioche alla crema. Sono uscita a mangiarmela sulla panchina zen, con il suono leggero dell'acqua e il sole che scaldava. Sbirciando chi passava ho fatto a metà col passerotto Giulio, discutendo con lui sulle intercettazioni telefoniche [so di non mettere più post sulle avarie, ma ce ne sono così tante che mi fanno arrabbiare che questo blog perderebbe la sua funzione comico-esorcizzante]. Poi però una coppietta di mezza età sembrava troppo interessata ai nostri discorsi, e Giulio è un passerotto riservato, ci ha due figli da mantenere e questi son discorsi pericolosi. Così mi ha detto "ciurp", perché aveva il becco pieno, ed è volato via agitando un po' di più l'ala destra per salutarmi. Mi sono stiracchiata e poi ho rifatto i miei 5 piani di scale per tornare in ufficio.
Amo i gatti, l'oceano, la rabbia, le ninnananne, i grandi animali che si spaventano o perplimono per
piccoli animali, guardare le persone che passano per la strada, gli highlanders, la carta, i musical, Paperino, le rughe, appiccicare cose alle
pareti, le fiabe, avere le dita sporche d'inchiostro, camminare scalza, le bolle di sapone, camminare, l'eroismo, scrivere, scarabocchiare,
quello che sbrilluccica, l'acqua, l'acqua che si muove, l'acqua da bere, l'acqua che ruggisce, l'acqua che si arrabbia, l'acqua che spaventa,
l'acqua quand'è forte, l'acqua quando vince, il silenzio, i libri, le sopracciglia, la poesia, i gelati alla frutta, Spike, il pane,
albe e tramonti, gli abbracci, il lucernario di max per vedere le stelle, l'ironia, le corde vecchie della mia chitarra, tutto ciò che ha zucchero,
i ricordi, biblioteche e librerie, le differenze, il crystal ball, i miei film mentali, il vento, le vecchie cassette, le parole,
leggere tra le righe, gli amici, le scatole, Dr.House, i fiori, l'argento, dormire, il cartone, la latta, i treni, Felicity, le debolezze nelle
persone, i maglioni giganti, prendere da sola i mezzi pubblici, l'impero romano, immaginare le storie che i passanti si trascinano insieme,
perdermi, l'enigmistica, il profumo dell'erba appena tagliata, le altalene, i palloncini, il violino, la scena della Spada nella Roccia in cui
il lupo spelacchiato prova ad inseguire Semola, la frutta, i pennarelli, Lorelai Gilmore, Paperinik, i miei casini, preparare regali e biglietti,
mio fratello, Angel, il the verde senza zucchero, Spiderman, le cuffie, i folpi, i castori, i bastoni della pioggia, la mia bacchetta magica,
la polvere innamorata negli occhi, le mie bestiole dei pomeriggi, Ombretta, sentire all'improvviso il profumo della crema pre-sole, le mucche,
le papere, la nonna, i pistacchi, gli arcobaleni, fare regali, i pacchetti, il mojito, fare l'amore, Venezia, le persone che non hanno sempre
una ragione per ciò che fanno.
Vorrei conoscere Giorgio Bocca; Tom Waits; Dylan; EM Forster; Guccini; Peter Parker; Sirius Black e Remus Lupin. Babbo Natale.
Odio il caffé, gli errori ortografici, Studio Aperto, Minzolini al TG1,
la slealtà, i midi, il modo di fare impostato, parlare per diminutivi (cià ragà il pa'...), il signor B., la musica tunz tunz,
la musica cuore fiore amore, i giovani scrittori maledetti, il monumento a Padova per l'11/9, il freddo, le occhiaie, la tracotanza,
l'estrema destra alla cieca, l'estrema sinistra alla cieca, le letterine, il menefreghismo dell'Italia per la scuola, l'invidia,
le ostentazioni, le forzature, le pose, le lampade abbronzanti, i gioielli della Brail, il traffico, la notte senza buio, Topolino,
il razzismo, il razzismo al contrario, gli spazi chiusi, il Grande Fratello, la scena della Spada nella Roccia in cui Semola-uccellino
è imprigionato nella capanna di maga magò, l'ipocrisia, gli intingoli, il beige, gli atteggiamenti, i contatti formali. Le persone
che dicono "So come ti senti". Le persone con cui non avevo contatti prima e nel 2006 venivano da me come se fossero sempre stati miei
meravigliosi amici ("Come stai?", e pacca sulla splla). Chi molla le cose perché non sono facili. Chi disprezza le cose perché non sono
ragionevoli. Chi cerca di tenermi ferma davanti ad un obiettivo fotografico. Chi si autodefinisce poeta. Chi si autodefinisce umile.
Alzarmi alle sei. I ragni. Il pensiero lento. Il pensiero rigido. Accorgermi che qualcuno mi fissa per la strada. La meschinità. Chi
non si meraviglia. La prosaicità, ovvero: chi non ha almeno un po' di polvere innamorata negli occhi. Non avere Marta.