Oceans...
my glass mask   
mercoledì 11 novembre 2009
Secondo giorno

…ed è andata così che ieri mi sono sentita uno schifo, mi sono sentita una piccola egocentrica per tutta la notte
perché quando l’ho saputo stavo parlando con una persona che mi fa sentire calda, sai nel senso di warm, di virtuale abbraccio anche se non abbraccia per niente, ed andava bene perchè ultimamente ho sempre freddo; ultimamente la persona che dovrebbe riscaldarmi non fa altro che chiudermi fuori al gelo e questa volta volevo rimanere dentro a quello spazio caldo, volevo fermarmi lì e fare finta di niente, di non aver saputo, solo per continuare il discorso
- un discorso come un altro ma avrei voluto continuare a sentirmi così, come qualcuno che si siede sulle scale non accettando il trasloco, e bloccare i grovigli che montavano, fermare il ricordo di cosa stavo facendo “l’altra” volta, di quella fetta di prosciutto che conosco a memoria, e il telefono che squillava mentre l’avvolgevo al grissino, quante volte l’avrò rivista quella scena con Francesco che diceva “Novi”, poi mi chiedeva scusa e a me i muscoli iniziavano a tremare, non dicevo più niente e continuavo a tremare -
non lo volevo di nuovo addosso questo pensiero disossato da far tremare i muscoli, tanto che - me lo ricordo - il giorno dopo mi faceva male tutto il corpo.

Una piccola egocentrica che voleva solo continuare a stare in quello spazietto sicuro in cui non ricordare quello che mi tormenta in questi giorni, quanto mi manca il Tomtom e quanto lo sento lontano per quello che ci siamo detti l’ultima volta; e soprattutto non dover più ricordare quel minuto in cui è capitato a me.
È come tornare a qualcosa quando credevi fosse finita, e io volevo solo, egoisticamente, non tornarci.

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Primo giorno
Strana, inconcepibile esistenza in cui un ragazzo di 17 anni sopravvive per due giorni alla deriva su un lastrone di ghiaccio con tre orsi polari, e un ragazzo di 16 anni guarda il treno arrivare e decide che, semplicemente, ne ha avuto abbastanza.
C'è una luna fredda come una lama stasera, ti ferma il respiro. Ti fa contare i giorni in quel modo senza senso, e parlargli piano.
Vita imprevedibile e saccente, con un colpo ti si aggrappa come un granchio ed è un pensiero minimo e banale:
Come farai a tornare in stazione?
Come si fa, V, a non avere più un fratello?
A distanza di anni talvolta mi disturba ancora prendere il treno, solo perchè mi ricorda il terzo giorno. Il terzo giorno con il giornale in mano e le persone che mi guardavano adagio per paura di rompermi, e quelle facce che ormai non erano più facce, erano pagine di giornale.

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sabato 7 novembre 2009
Incespicanze (4/4)
Montaigne diceva, con sapienza e bellezza che fanno mangiare la polvere al piccolo principe, che bisogna portare il pensiero della morte come i signori della sua epoca portavano il falcone sulla spalla per abituare se stessi e l'uccello cacciatore a vivere insieme e prendere dimestichezza l'uno dell'altro.
Credo che in questi anni tu sia stata il mio falcone.
Ti ho portata sulla spalla, ho portato con me ogni giorno ciò che ti era successo, che ci era successo (ché gli incidenti non lasciano mai una vittima sola, non strappano mai una sola vita alla volta).
Mi dispiace se non ti sono più venuta a trovare; per 4 anni ho congelato quella nostra vita per tenerla ancora con me. Le amicizie, gli impegni, i luoghi: qualcosa si è frapposto tra me e loro, tra me e le persone da vedere, tra me e l'università da finire, qualcosa che non ho mai voluto combattere perchè avrebbe significato combattere te.
E poi un giorno, senza pensarci, era un giorno di colore blu ed io ho preso la macchina per venire a trovarti.
Ti ricordi come la pensavamo, "è stato meglio perderci che non esserci mai incontrati".

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Incespicanze (3/4)

La bambina ha gli occhi neri di fuliggine, l’aria quieta e impolverata di chi non è curata abbastanza: non è l’aspetto, è il modo di muoversi, di guardarti in tralice e percepire subito le cose.
Non posso seguirla tutto il tempo ma lei non me lo chiede, non se lo aspetta. Mi chiede soltanto, mentre ci sono, di prenderla: prendere quello che mi dà, i suoi racconti, il suo tempo, le sue confidenze. Di prendere i suoi pastelli per disegnare con lei, sperando che io faccia un disegno migliore del suo perché, fosse solo per un’ora, ha bisogno di qualcuno di migliore.
Non è facile dare, lasciare che qualcuno si appoggi, perché prima devi essere e se il tuo essere in quel momento è un'incespicanza... be', devi ritrovare il passo.
Ho conosciuto persone che usavano sempre troppi paroloni, e poi? Vedi delle foto di una persona a distanza di tempo e la ritrovi uguale a prima: le stesse righe nei maglioni, le stesse espressioni, gli stessi capelli. Le stesse pose nelle foto con la nuova ragazza di quelle che aveva con la precedente. Com’è possibile restare uguali, restare immobili? Tanta misera linearità, com'è possibile che si convinca di avere qualcosa da dare, di poter amare? Come puoi passare attraverso le cose che ti succedono così indenne?
Anche il ragazzo due giorni fa in palestra aveva paura di qualcosa. Quello che correva più veloce di me, nella stanza rossa piena di specchi e riusciva ad essere bello anche sotto la luce impietosamente artificiale. Correva come se scappasse da qualcosa, senza il tempo di fermarsi a ciarlare, sbuffando per immagazzinare aria.
Ma va bene la paura. Significa che ti accorgi.
Allora mi sono fermata, ho respirato.
Ho iniziato a scegliere ogni giorno un colore diverso per la mia giornata: i vestiti, il trucco, l’umore sono diventati viola, verdi, blu.
Ho comprato una sciarpa che fa quasi da maglione, perché se una cosa che il Tomtom aspetta sono quei brulè con cui scaldarsi nel freddo pungente dell’inverno che troverà al suo ritorno, posso dargliela. Anche se è una cosa piccola. Anche se il gelo mi terrorizza. Perché se lui non fa parte della mia quotidianità, allora comprerò una sciarpa e farò parte della sua.
E poi, poi ho pensato che erano passati 4 anni.

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Incespicanze (2/4)

Sono passati quasi 4 anni dal 17 maggio, ma il 17 maggio è una di quelle date che raccolgono metodicamente nel loro paniere tutti gli sbagli di una vita: puoi biasimarmi se non ti vengo a trovare?
Da quando ti hanno sistemata speculare a Giulia, con la croce attorcigliata in ferro battuto e il libro e l’erbetta, non sono venuta nemmeno una volta.
Poi sono arrivati i sogni.
Quegli 8 kg di cui mi accorgevo all'improvviso, e l’aspetto sconcertante che non erano i kg ma l’essere stata colta così strabiliantemente alle spalle.
Nel secondo sogno c’era il Tomtom ed era un sogno molto bello, ma quando mi sono svegliata ho notato qualcosa di strano.
Mia zia, quella che mi irrita spesso dando consigli non richiesti e opinioni sulle mie scelte personali, tra un sogno e l'altro si è impicciata ancora, ma con un’aria nuova, molto triste; pensava ai viaggi del Tomtom e rifletteva sul fatto che sembravo aver perso il mio entusiasmo, ma che una novella senza entusiasmo non è più una novella, e così ero sicura di voler perdere i momenti che avrebbero dovuto essere i più belli? perché non era giusto, non avrei riavuto indietro quella gioia di provare e stare insieme e fare progetti.
Allora mi sono ricordata. Come capita nei sogni, la stonatura che avevo percepito al risveglio stava nel fatto che il Tomtotm non era “proprio” il Tomtotm, era lui ma era anche qualcun altro… qualcuno di più familiare.
Più familiare.
L'ho pensato e mi sono venuti i brividi, perché per quanto sia importante per me, lui ogni volta esce dalla mia vita e succede che nei sogni si confonda con un qualunque palestrante che vedo spesso e che per questo motivo fa parte della mia quotidianità più della persona con cui sto, con cui dovrei stare: perché fa parte delle mie giornate.
Ogni volta che raggiungi l’aeroporto, dopo il check-in, dopo esserti liberato di tutti i bagagli, per un secondo, per un unico, debole secondo, ti volti mai indietro prima di salire?

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mercoledì 23 settembre 2009
Foul
Non ho mai avuto nostalgia di qualcosa che avesse a che fare con il 17 maggio. Non ha senso. Come può mancarti un foul anziché l'homerun?
E' questo il punto: non ha senso. Io ho sempre saputo "che senso avesse", anche tra i grovigli più ostili e intricati. Non mi sono mai persa di vista, ho sempre saputo cosa mi succedeva.
Non adesso.
E' un crollo? E' un momento? Perchè mi sento così, è l'università, il matrimonio, il Tomtom? E' tutto? Diventerò una specie di maratoneta misantropa? A dire il vero ho cercato di non rimanere molto sola, perché è allora che arrivano tutti i pensieri, la tristezza, il dolore; arrivano insieme: solidi, pesanti, imprevisti. Non è che voglia "stare" con le persone. E' che mi tengo impegnata.
E' per lo stesso motivo che ieri sono uscita. Troppo sola... al lavoro, in casa, nel pomeriggio. Questo lasciava pericolosamente spazio al mio cervello. Allora mi sono giocata l'unica carta che in questi giorni mi tiene a bada: correre. Gli spazi chiusi non mi bastavano, volevo adattarmi alle diverse consistenze del terreno, la ghiaia sotto ai piedi, l'asfalto duro, l'erba disseminata di bottiglie da schivare; volevo sbuffare e salire e deviare, volevo i cani che ti abbaiano dai cancelli, il papà che penetra nel giardino della scuola di nascosto per insegnare ai bimbi a giocare a basket. Volevo contare le foglie, sentire gli odori di pino e di case e di scarpata, guardare i portici e le cortecce.
Per un po' ha funzionato. Ho anche appoggiato male un piede, la gamba tirava e tra il male e la fatica ero felice: un altro aspetto pratico cui dedicare i miei pensieri.
Non è durato. Non so cosa sia. Cos'è che mi sta rubando le lucine, mi costringe a evitare il Tomtom, a non rispondere alle sue telefonate perchè non capisca che ci sto male, perché non si senta in colpa? Cosa sta inzuppando i miei castelli migliori nelle malebolge?
Non ho mai avuto nostalgia di qualcosa che avesse a che fare con il 17 maggio. E' un sintomo nuovo.
Il 17 maggio ero a casa di Marta e sua madre mi aveva chiesto di frugare nella sua borsa per scovare un agenda, un indirizzo, ma quando l'ho aperta ho trovato subito quella busta bianca, semplice, chiusa. C'era scritto "per Novella".
La vita, allora, andava così. Regali. Era riuscita lo stesso a lasciare qualcosa per me. In qualche modo, il mondo cercava ancora di restare al suo posto.
Era la mia casa base, Marta; il mio regalo, il mio cappotto. La mia telefonata di emergenza.
Vorrei che tu lo fossi.. Invece continuo a correre, a schivare e sperare e aspettare, e a guardare le luci da sola. Succede che un ricordo mi fa mancare il fiato mentre corro, che incespico mentre una lama mi taglia la gola tutto il tempo e non posso nemmeno spiegartelo, perché ti ferirei.
Tutto questo, è una specie di maledettissimo foul.

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martedì 16 giugno 2009
Due considerazioni
Ieri ho visto in diretta un brutto incidente. Una macchina, un motorino, il tizio in motorino che vola e non si rialza più dall'asfalto.
Ho pensato a due cose.
Il fatto è che volevo tantissimo fermarmi, era successo proprio di fronte a me, come un sogno, come al cinema, e c'era quell'uomo immobile sull'asfalto; volevo sapere come stava, fare qualcosa. Però mi trovavo in un brutto punto, una curva pericolosa in cui non potevo fermarmi e avanzando di poco ho scorto qualcun altro che accostava per dare una mano, così ho pensato che forse sarebbe stato più utile che io non bloccassi ulteriormente il traffico, dal momento che qualcuno già c'era.
Poi sono tornata a casa e mi hanno fatto notare che probabilmente mi sarei dovuta fermare in quanto testimone; ed è vero: io però non ci avevo proprio pensato. Ero preoccupata, dispiaciuta, spaventata, avevo questo peso per non essermi fermata ad aiutare, e come al solito quello che mi aveva colpita con forza era stato il lato empatico. Quello pratico, beh, non mi era nemmeno passato per la mente.
La seconda considerazione è che ogni volta che succedono queste cose bisognerebbe, non so, fare un brindisi, o qualcosa che non avevi il coraggio di fare, o andare ad abbracciare qualcuno perché forse non l'hai fatto abbastanza.
Il mio non vuole essere un discorso cinico, però ho passato anni con il complesso del sopravvissuto che soffre perché non vuole che la vita vada avanti, e invece quando "resti vivo" bisognerebbe approfittarne per ricordarsi di fare qualcosa di bello.
Rilanciare al destino!

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domenica 24 maggio 2009
Sogni quasi ricorrenti
Non posso dire che sia un sogno ricorrente perché non lo è: c'è un elemento che si ripete, ogni volta in circostanze diverse.
Sogno spesso che qualcosa che è successo qualche anno fa (mica difficile capire cosa) in realtà non sia successo. A volte lo scopro in un modo, a volte in un altro. A volte è per un motivo, a volte per un altro.
E' questa mescolanza di realtà e sogno che non mi permette di capire se sto vivendo o sognando, mentre succede, e poi al risveglio ho bisogno di alcuni minuti per rimettermi in sesto dai dubbi e dalla confusione, e per capire quale sia la realtà delle cose, l'una o l'altra.
Non è mai particolarmente bello il momento in cui lo capisco, comunque.

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domenica 17 maggio 2009
Prima che fosse 17

E così è tornato il 17 maggio, e per la terza volta non ci sei.
Il mio tentativo di fingere di nulla ha funzionato solo in parte, ho letto tre libri diversi e guardato due telefilm divertenti e scherzato sul nuovo scudetto e dormito e avuto la febbre e ascoltato canzoni e guardato foto non mie. Ma ha funzionato solo in parte.

Perché se avessi potuto scegliere una persona da avere accanto in un momento come questo, una persona su cui contare lo sai che saresti stata tu; me lo ricordo, in quella domenica mattina, il tuo modo di stringermi il braccio. Continuerò a sentirlo.

E così, ora che vivo un momento come questo, che faccio finta di nulla e mi faccio venire la febbre, ora che mi guardo intorno e mi rendo conto che chi poteva pensarci non aveva voglia di pensarci e lo sto facendo da sola, be', lo so che non puoi perché il momento è su di te, ma vorrei che ci fossi.



(E ricordo, prima che fosse 17:

"Poi una sera nasconderemo le vecchie fotografie, e le estati che ci innamoravano… Ci sarai, o saremo perdute in un nuovo inizio? Forse mangerò sola, ma non prenderò qualcuno al posto tuo: affitterò un carillon, e mi tornerai in mente quando riderò.")

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mercoledì 13 maggio 2009
La settimana giusta
Parto dalla fine perché la saggia vecchina rompiballe da cui sono posseduta dice che non puoi mai avere "entrambe" le cose. Puoi provarci, puoi avere qualcosa di relativo ma alla fine è sempre una questione di scelte: o l'una o l'altra. O un uomo o l'altro. O i dolci o la linea. O il mare o la montagna. O le foreste o i fogli di carta.
Così, di solito, o scegli le persone e perdi il mondo, oppure scegli il mondo e perdi le persone, e forse non me n'ero mai accorta così chiaramente ma ieri mi sono resa davvero conto che se incosciamente speravo in qualcosa di diverso speravo male. Lui la sua scelta l'ha già fatta ed è chiaro quale sia, l'unica che resta da fare è la mia, se questo mi va bene oppure no.
Questi pensieri sono arrivati in un momento poco clemente.
Ieri ero particolarmente depressa per aver assassinato un passerotto, e non è tanto l'averlo preso sotto, è che andavo in stazione e non potevo fermarmi, così sono tornata a vedere al ritorno alle 14 ed era ancora lì, tutto rotto; l'ho portato a casa facendo cose stupide tipo cinguettare per tutto il tragitto perché non si agitasse o dargli da bere piano piano perché con il collo storto non ci riusciva da solo, e non era neanche colpa mia visto che si è tuffato lui contro il mio paraurti perciò sembrerà doppiamente ridicolo andare in crisi per questo, ma io pensavo che un attimo prima volava contento e ignaro coi fratellini e un attimo dopo rimbalzava con uno stock sinistro che avrebbe cambiato tutto, ed era lì a guardarmi con quegli occhioni e soffriva, ed era così piccolo e indifeso e io non potevo farci nulla, e visto che per me un pensiero non è mai solo un pensiero ma un collegamento a mille altre cose pensate o successe, al 17 maggio, ai grovigli, alla mail, questa non era la settimana giusta per far succedere incidenti o per sentirmi una che non sa difendere le cose che ha, mannaggia... non era proprio la settimana giusta...

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mercoledì 29 aprile 2009
Sognare ragni giganti, e non rendersi conto che.
Mi è rimasto impresso quel ragno gigante che ho sognato ieri notte, era grande e giallo, neanche cattivo - ma ragno, e grande e giallo e ballava il tip-tap vicino ai miei piedi. Mi sono svegliata e mi è rimasto impresso quello, che era la parte finale del sogno.
Nel sogno Marta ed io volevamo andare al cinema, c'era un cinema nel mio sogno a Cittadella, poi Cittadella non era davvero Cittadella, sembrava un paese di mare, coi negozi aperti sulla strada e le case basse, con le strade larghe dall'asfalto chiaro e i pini marittimi. Noi ci muovevamo in macchina, io con la mia e lei dietro con la sua e io che mettevo in anticipo le frecce perché potesse seguirmi; mi rendo conto che lei non aveva davvero una macchina, non so come si muovesse.
Ovviamente ci siamo perse.
Abbiamo vagato per un po' prima di capire che la strada per il cinema passava (questa volta a piedi) in mezzo ad un ristorantino all'aperto, pieno di palme e di felci e completamente buio a parte per alcune luci colorate appese ai rami, rosse, verdi, blu. Se esistesse quel posticino sarei sempre lì.
Poi è arrivato questo ragno. Mentre parlavamo col proprietario, perché si sa, quando si è con Marta si finisce sempre per attaccare bottone con la gente.
E mi sono svegliata e sono rimasta un sacco di tempo stranizzata da questa cosa del ragno, finchè non mi sono resa conto che la parte strana non era lui, era Marta, e io invece sono ancora così abituata alla sua presenza che non me ne sono resa conto fino al pomeriggio, quando per poco non le ho telefonato per raccontarglielo.

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venerdì 20 febbraio 2009
Angulus ridet



27,



buon compleanno.







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domenica 8 febbraio 2009
Recupero 2 - Sassolini. Marta.
Dimmi, sono ancora una persona che fa girare l'ombrello mentre piove, e corre di nascosto nei corridoi?
Non mi servono fotografie per pensarti, non mi serve dire il tuo nome, in questi giorni in cui sembra che l'universo cospiri per farmi pensare a te.
Come se ce ne fosse bisogno.
Mio cugino, il fratello di Diletta, si sposa. Si sta ponendo il problema del testimone e così mi è venuto in mente che io non ce l'ho più, il mio testimone.
Ho trovato a tradimento delle foto di Giulia con la Rena: erano nell'album di una ragazza che neanche conosco ma è amica del Tomtom e sua sorella... è pazzesco come tua sorella riesca a sbucare ovunque, dove meno te l'aspetti!
Sai, c'è E che torna a pensare all'amore. Forse non dovrei dirlo a te ma sono dannatamente contenta per questo... ma anche profondamente triste all'idea di chi è la persona a cui pensa. Mi chiedo cosa ne diresti tu, dopo quello che mi avevi confidato. Ti senti triste?
C'è anche questa ragazza che mi parla di quello che farà con la sua quasi-sorella... ed io non riesco nemmeno a risponderle, perché conosco così bene quella parola ancora!

Allora non m'importa di come ha provato a ferirmi chi nel nostro mondo non c'è entrato mai. Non nel tuo, non in quello di Giulia, anche se avrebbe voluto.
Non nel mio.
Non m'importa se mesi fa ha tentato ancora una volta di forzare porte che trovava chiuse. Porte che, in fondo, mi rendo conto di non aver mai pensato di volergli aprire. Io so qual è l'ultima cosa che hai detto tu, e so qual è l'ultima cosa che ha detto lei.
Erano per me.
Che m'importa delle persone piccole, delle frasi piccole? Che m'importa delle pause, o se ci abbiamo messo di più a capirlo? So quello che siamo. So di essere ancora, nonostante tutto, una persona che fa girare l'ombrello mentre piove e corre di nascosto nei corridoi. So che mi fermo a guardare gli aerei e le gocce d'acqua.
E' quello che sono. Ed è quello che siamo sempre state.

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domenica 12 ottobre 2008
Stream of consciousness di una serata piena di stupide domande irritanti
Ho un sacco di cose da scrivere oggi.
Un sacco, ma il file su cui le avevo segnate è corrotto e forse questo è un bene, perché sono stanca e ho una nausea da campionati mondiali e probabilmente sono in piena sindrome premestruale, inoltre ho appena fatto una dannosissima full immersion di McDreamy e non ho nutella e per gradire mando sms a chi non mi risponde, chi dovrebbe farsi sentire non si fa sentire e chi si fa sentire non dovrebbe farlo.

Ho un sacco di domande irritanti tipo "davvero mi va bene così?".
Davvero mi va bene non avere una possibilità? Non sono il tipo di persona che sta buona ad aspettare una risposta tutto il tempo, non lo sono mai stata. E non è neanche l'aspettare il problema, è solo che vorrei capire se c'è qualcosa in ballo da aspettare. Perciò.. davvero? Solo per il fatto di esserci dentro? Perché di solito non basta, non basta che ci sia dentro io. O Martin Luther King. O Vattelapesca.

Non basta, il numero uno.
E' sabato sera e sono a casa a cercare di recuperare un file grandiosamente farcito di tutte queste stupide domande irritanti, che suonano bene solo se sei in un telefilm o con davanti qualcuno che ti conosce davvero, davvero bene e nonostante questo continua ad essere tuo amico e solo per questo si è rassegnato a starti a sentire finché avrai finito, finché ne avrai bisogno. Senza mugugni, senza giudizi, senza consigli; magari con quel preciso modo di stringerti il braccio.
Sembra più difficile sopravvivere senza quando l'hai avuto. Quando gli hai dato una faccia, un nome, e adesso non servono perché non ci sono più.
Ma io ho la nausea e ho gli ormoni incazzati e depressi, perciò è un bene che io non riuscendo a recuperare quel file non possa riempire un post con tutte queste sciocchezze.

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giovedì 2 ottobre 2008
Persone da zucchero filato
E' uscito il nuovo album di Jakob Dylan, che stavolta balla da solo.
Ho pensato spesso a lui come ad una delle voci che preferisco. Non è solo per la voce in sé, è per l'atmosfera che mi crea; mi ricorda delle cose, delle situazioni, un certo periodo della mia vita che lo rendono una specie di cantuccio morbido.
C'era una persona che mi faceva sentire così. Era quel tipo di persona che se compravamo lo zucchero filato per mangiarcelo insieme il primo dell'anno, poi quando incontravamo un amico a cui fare gli auguri io cercavo di pulirmi la mano inzuccherata e mi scusavo ridendo per i baci appiccicosi, lei invece la nascondeva dietro la schiena e faceva quel sorriso e basta.
Era lei il mio cantuccio; ed è lei che mi ha fatto conoscere, tanti anni fa, i Wallflowers. Per questo ascoltarlo mi farà sempre, invariabilmente, pensare a lei.
L'altra sera ero con il Babu e gli ho detto che "ci sono due cose molto difficili per me: dire a qualcuno che gli voglio bene, e non dirglielo". Sono orgogliosa come una spina, e allo stesso tempo mi affeziono spontaneamente e incoscientemente. Lui ha annuito con la gravità di chi ha a che fare con la mia allegra schizofrenia ormai da un po'...
Però è uscito il nuovo album di Jakob Dylan. E se penso al mio cantuccio mi viene voglia di riuscirci, a dire quella maledetta frase ogni volta che la sento.


Canzone del giorno: Valley of the low sun - Jakob Dylan

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martedì 8 luglio 2008
Finire ad Oz
Oggi sono uscita e c'era un vento terrificante, da spalancare gli occhi e sorridere con tutta la forza che hai per provare ad inghiottirlo; la gente si riparava, chiudeva bene giacche inesistenti aggrappandosi ai pali della luce, ai muretti, come se fosse la fine del mondo. E in effetti un po' lo sembrava, con quel cielo per metà sole d'agosto e metà nero come un flagello divino.
- La tromba d'aria! - ha gridato una signora anziana tutta scompigliata dal vento.
- Tromba d'aria! Tromba d'aria! - ha preso a ripetere una bambina, spaventata ed eccitata com'era, senza capire quale delle due sensazioni prevalesse. Aspettava, credo, qualcosa di grandioso, piena di curiosità e buonumore da vento forte: e chissà cosa immaginava lì, mani in tasca e viso rivolto verso l'alto per sentire tutto sulla pelle!
La vedevi studiare le piante muoversi, ondeggiare, le foglie correre via. Guardava una bici sbandare e un pallone di plastica perdersi, e la coppia di cagnolini che abbaiava all'orizzonte sempre più nero negli occhi. Assorbiva tutto, provando a camminare dritta senza riuscirci. Stare lì, in quel punto, in quel preciso momento, era come cogliere un'occasione.
Forse, pensava, tutte le notizie al tg degli ultimi giorni (quella ragazza in Spagna, poverina: perché lei sapeva fin troppo bene che cosa..) le avevano ricordato di essere viva.
- Viva! - pensava.
Viva, - con i polmoni e con le unghie e coi ricordi e con le scale, e con una matita consumata.. Viva! Con i pastelli e con la punta delle dita. Coi sassi bianchi e le foglie da schiacciare di nascosto, e qualcosa che somiglia all'amore. Viva, con i suoi conigli bianchi e i suoi stregatti, e l'uragano che provava ad arrivare per scaraventarla fino ad Oz.


..E va bene, mi avete scoperta.

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venerdì 4 luglio 2008
Stelle sotto ai piedi
Diciannove. Eravamo a 27 e senza che me ne accorgessi siamo già a 19..
Sarà per questo che stamattina mi sono svegliata e c'era qualcosa sotto ai miei piedi. Allora ho guardato e la nebbia (qualcuno l'ha vista?) rifletteva ancora come uno specchio le stelle della notte.
Io ci camminavo sopra. Sopra la nebbia, sopra quelle stelle. Ho pensato di poter arrivare dove volevo, e un po' ci sono stata: sono arrivata al 16 maggio appena trascorso, trascorso come non credevo. Voglio dire, era il 16 maggio, non poteva essere diverso.. cosa avrebbe potuto impedirglielo?
Me l'hai impedito tu.
Sei stato tu e non ci era mai riuscito nessuno. Ci avevano provato, e invece stavolta, senza che tu sapessi cosa stavi facendo, il 16 è diventato 17 e io non me ne sono accorta.
Allora sai, ora che non ho certezze, e non ho te, mi aggrappo a quel 16 maggio mentre aspetto, perché è strano pensare di aver tenuto lontana una persona tutto quel tempo, di aver tenuto lontano te; di non aver visto, per guardare, stimare qualcuno che si dà ai trucchetti da bar, agli scatti d'orgoglio mimetizzati da frequentazioni sociali. Mi fa sentire triste.
Allora mi ficco ben dentro a quel 16, a quei primi dieci secondi in cui tutti i miei dubbi, tutte le mie incertezze sono svanite solo per averti guardato negli occhi.
Solo per aver detto "ciao".


Canzone del giorno: If I could write - Sam Phillips

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domenica 29 giugno 2008
Fare i conti con te

Ti ho sognata, stanotte.
Quando mi capita poi il risveglio è confuso, perché sono situazioni sempre troppo vere per avere la percezione immediata che non si tratta di realtà. Finisco per fare una doccia lavando i capelli con il bagnoschiuma e il corpo con lo shampoo.

Ci sono ancora tante cose che mi colpiscono, ovunque, perché mi riportano direttamente a qualcosa che ho vissuto con te; tante per cui la reazione spontanea è "Devo parlarne con lei". E ancora mi sembra di riconoscerti per la strada. Eppure avrò sempre meno ricordi che hanno a che fare con te, meno foto di quelle che comincerò ad avere con altre persone. Forse un giorno deciderò di cancellare il tuo numero di telefono.

Però ho promesso di fare ciò che posso, e non è solo per me, lo sai. In parte è per te.. perché c'è un buco da riempire. In parte è per lui, perché è quello che posso fare da qui. Per questo, vedi, non è facile non arrabbiarsi con chi cerca di appropriarsi di un dolore che non è il suo. Perché tu che te lo porti in tasca provi a soffiarci sopra, e altri ci riversano sopra parole che neanche conoscono.
Ma ieri mia mamma, in un impeto di generosità che nei miei confronti ha raramente (sono pur sempre la figlia piccola e disastrosa, no?) mi diceva che mi prendo cura delle persone, e che questo è il mio modo: sforzandomi di portare un sole piccolo piccolo, un sorriso anche se sono stanca, di ascoltare anche se sono annoiata. Non lo so se sia così, cerco di farlo e non sempre mi riesce.. però ci provo. E allora adesso che i giorni di distanza da te sono diventati anni, sono diventati, più o meno, 2 anni e 41 giorni, è quello che devo fare. Cercando di non indugiare su ciò che mi manca di te, ma solo sulle espressioni del tuo viso, sul tuo modo di stringermi un braccio, di ridere. Perché in fondo, ormai, fare i conti con te è come fare i conti con me stessa.


When you disappear on me it's just like parades in the rain.. So could you tell me why you're leaving, cause I don't know, I don't know, I don't know.. (Hazy - Counting Crows)

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mercoledì 21 maggio 2008
17 Maggio
Frammenti di vecchie foto prese qua e là. Frammenti di vecchie parole prese qua e là. Per il 17 Maggio, che chiaramente è passato da un po'.. E' che ho voluto lasciarlo passare..



"Era tardi quando uscivamo
a scambiarci le scarpe, a scambiarci le facce
e palleggiare due sogni all’addiaccio
nelle vie vuote delle cinque del mattino."



"Marta d’aria, Marta d’aria spettinata"



"Ti ho scovata un giorno come si trova una riva
così, lungo il fiume – e non lo so
se ho mai trovato qualcosa più a lungo."



"Ho inchiodato la mia gioia allo spazio
che ora sta attorno al tuo volto."




"Non mi terresti
un po’ con te, anche se i fianchi
ora non hanno spazio?"




"Ho imparato
ad amarti con i denti."



"Vorrei, se non altro, un cenno
come sasso rubato all’oceano
come scoprire, grata e stupita
che porti ancora le stesse magliette."



"Poi una sera nasconderemo le vecchie fotografie
e le estati che ci innamoravano…
Ci sarai
o saremo perdute in un nuovo inizio?
Forse mangerò sola,
ma non prenderò qualcuno al posto tuo:
affitterò un carillon
e mi tornerai in mente quando riderò."



"Quattro parole perse
per terra.
Quattro parole, come quattro colpi
alle ginocchia."

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posted by sand @ 18:02:00   0 comments
mercoledì 14 maggio 2008
Cinque stupidi minuti
Ho davanti agli occhi un giornale che prova a convincermi ad andare al bar, a fare la spesa e al lavoro con i bigodini. Grandi, se ho i capelli lunghi; piccoli, per i boccoli; solo in cima alla testa, per dare volume alle radici.
Sarà per questo che mi sono depressa. Ho di nuovo il cervello incinto, credo, e questo mi dà fastidio perché sono molto più vulnerabile agli attacchi esterni. E non riesco a tenere il timone nella direzione che vorrei, quella che pensavo, perché poi mi viene da chiedermi se è davvero quella che volevo..
Penso che a volte le persone non si rendano conto di quello che con una leggerezza straordinaria ti riescono a fare. Il modo in cui possono colpirti, anche solo giocando, anche solo perché in quel momento sembra una bella idea e intanto colpiscono e colpiscono e fanno un macello solo per un'ispirazione del momento che poi passerà per lasciare il posto alla prossima.

Senti come mi lamento. Sarò stressata, ché va di moda dirlo! Ma mica quello stress da "corro-tanto-neanche-un-boccone-poi-non-ci-vedo-più-dalla-fame"! Ci sono certi motivi che se ne restano nascosti, acquattati in quei 5 minuti di ogni mattina che poi dimentichi, per cui non ti rendi conto, non senti subito che rimangono lì, si aggrappano sul fondo stratificandosi a colpi di 5 minuti.

5 minuti al giorno. Non sono stancanti come le bestiole, come le ripetizioni di grammatica, come 6 piani di scale al mattino. E poi all'e.r. sto bene, molti sono gentili. Ci sono i bambini.
Ma c'è un momento, ogni mattina prima di arrivare, che anche se non ci penso più per tutto il giorno fa presa in quello che sento, nel mio modo di guardarmi intorno. Ogni giorno, poco alla volta, in 5 stupidi minuti. 5 interminabili minuti in cui incrocio tutte le persone che stanno lì e tutti i loro motivi.
Quella signora ha il borsone perchè ha fatto assistenza la notte. Madre e figlia adolescente andranno a trovare il padre? Una coppia anziana scruta preoccupata le analisi, lei guarda il foglio e poi lui, poi il foglio e poi lui; si tengono ancora per mano.
Un tecnico che incontro spesso mi saluta con mezzo sorriso, dev'essere lì da poco anche lui perchè gli leggo ancora il pudore di chi ha paura che sorridendo troppo lì dentro si faccia rumore.


Sarà che si avvicina il 17 maggio, ma sono viva e vorrei fare tutte quelle maledette scale di corsa, uscire al sole, respirare l'aria. Vorrei gettarmi in acqua e da sotto non sentire più i rumori, e abbracciare forte qualcuno cui voglio bene. Qualcuno che non abbia voglia di giocare con quello che tento di dargli.

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posted by sand @ 23:43:00   0 comments
About Me

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Discover U2!

Amo i gatti, l'oceano, la rabbia, le ninnananne, i grandi animali che si spaventano o perplimono per piccoli animali, guardare le persone che passano per la strada, gli highlanders, la carta, i musical, Paperino, le rughe, appiccicare cose alle pareti, le fiabe, avere le dita sporche d'inchiostro, camminare scalza, le bolle di sapone, camminare, l'eroismo, scrivere, scarabocchiare, quello che sbrilluccica, l'acqua, l'acqua che si muove, l'acqua da bere, l'acqua che ruggisce, l'acqua che si arrabbia, l'acqua che spaventa, l'acqua quand'è forte, l'acqua quando vince, il silenzio, i libri, le sopracciglia, la poesia, i gelati alla frutta, Spike, il pane, albe e tramonti, gli abbracci, il lucernario di max per vedere le stelle, l'ironia, le corde vecchie della mia chitarra, tutto ciò che ha zucchero, i ricordi, biblioteche e librerie, le differenze, il crystal ball, i miei film mentali, il vento, le vecchie cassette, le parole, leggere tra le righe, gli amici, le scatole, Dr.House, i fiori, l'argento, dormire, il cartone, la latta, i treni, Felicity, le debolezze nelle persone, i maglioni giganti, prendere da sola i mezzi pubblici, l'impero romano, immaginare le storie che i passanti si trascinano insieme, perdermi, l'enigmistica, il profumo dell'erba appena tagliata, le altalene, i palloncini, il violino, la scena della Spada nella Roccia in cui il lupo spelacchiato prova ad inseguire Semola, la frutta, i pennarelli, Lorelai Gilmore, Paperinik, i miei casini, preparare regali e biglietti, mio fratello, Angel, il the verde senza zucchero, Spiderman, le cuffie, i folpi, i castori, i bastoni della pioggia, la mia bacchetta magica, la polvere innamorata negli occhi, le mie bestiole dei pomeriggi, Ombretta, sentire all'improvviso il profumo della crema pre-sole, le mucche, le papere, la nonna, i pistacchi, gli arcobaleni, fare regali, i pacchetti, il mojito, fare l'amore, Venezia, le persone che non hanno sempre una ragione per ciò che fanno.


Vorrei conoscere Giorgio Bocca; Tom Waits; Dylan; EM Forster; Guccini; Peter Parker; Sirius Black e Remus Lupin. Babbo Natale.


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Odio il caffé, gli errori ortografici, Studio Aperto, Minzolini al TG1, la slealtà, i midi, il modo di fare impostato, parlare per diminutivi (cià ragà il pa'...), il signor B., la musica tunz tunz, la musica cuore fiore amore, i giovani scrittori maledetti, il monumento a Padova per l'11/9, il freddo, le occhiaie, la tracotanza, l'estrema destra alla cieca, l'estrema sinistra alla cieca, le letterine, il menefreghismo dell'Italia per la scuola, l'invidia, le ostentazioni, le forzature, le pose, le lampade abbronzanti, i gioielli della Brail, il traffico, la notte senza buio, Topolino, il razzismo, il razzismo al contrario, gli spazi chiusi, il Grande Fratello, la scena della Spada nella Roccia in cui Semola-uccellino è imprigionato nella capanna di maga magò, l'ipocrisia, gli intingoli, il beige, gli atteggiamenti, i contatti formali. Le persone che dicono "So come ti senti". Le persone con cui non avevo contatti prima e nel 2006 venivano da me come se fossero sempre stati miei meravigliosi amici ("Come stai?", e pacca sulla splla). Chi molla le cose perché non sono facili. Chi disprezza le cose perché non sono ragionevoli. Chi cerca di tenermi ferma davanti ad un obiettivo fotografico. Chi si autodefinisce poeta. Chi si autodefinisce umile. Alzarmi alle sei. I ragni. Il pensiero lento. Il pensiero rigido. Accorgermi che qualcuno mi fissa per la strada. La meschinità. Chi non si meraviglia. La prosaicità, ovvero: chi non ha almeno un po' di polvere innamorata negli occhi. Non avere Marta.


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